Pickup Soccer Forums Public Forum L’app che ha acceso una luce

  • L’app che ha acceso una luce

    Posted by camillpittm on June 10, 2026 at 9:30 am

    Mi chiamo Simone, ho ventuno anni e faccio il rider. Sì, quelli che portano il cibo a casa vostra quando fuori piove e voi non avete voglia di uscire. Lo faccio da due anni, mentre cerco di mettere da parte i soldi per il conservatorio. Voglio studiare chitarra classica, ma le lezioni costano e la retta pure. Così pedalo. Otto ore al giorno, spesso dieci, con la borsa termica sulla schiena e la pioggia che mi entra negli occhi.

    L’altra sera è stato dura. Pioggia a dirotto, vento forte, clienti che non aprivano il portone. Ho fatto sei consegne in quattro ore. Ho guadagnato trentadue euro, più la mancia di una signora che mi ha dato due euro perché “figliolo, sei tutto bagnato”. Alle dieci ero a casa, fradicio, con le dita così fredde che non sentivo nemmeno il telefono.

    Mi sono tolto il giubbotto impermeabile, l’ho appeso alla sedia, e mi sono seduto sul letto. Il monolocale era buio. Ho acceso una lampada. Il silenzio rotto solo dal rumore dell’acqua che gocciolava dalle mie scarpe. Per non pensare alla stanchezza, ho preso il telefono.

    Sui gruppi dei rider qualche volta girano link. Promozioni, sconti, cose così. Quella sera ne ho visto uno. Diceva: “Registrati e hai giri gratis”. Un collega aveva commentato: “Io ci ho pagato la cena”. Non ci credevo, ma ero troppo stanco per essere intelligente. Ho cliccato.

    Il link mi ha chiesto di scaricare un’app. L’ho fatto. L’installazione è durata meno di un minuto. Ho aperto l’app e mi sono trovato davanti una schermata pulita, colorata, con pulsanti che non capivo ma che sembravano semplici. Ho letto il nome in alto. Era la vavada app. Non ci avevo mai giocato. Non sapevo nemmeno come funzionasse.

    Mi sono registrato in due minuti. Email, nome utente, password. Poi ho visto che c’era un’offerta di benvenuto: giri gratis senza deposito. Niente carta, niente soldi. Ho attivato l’offerta, ho ricevuto quindici giri. “Che ho da perdere? Dieci minuti di sonno.”

    Ho scelto una slot a caso. Un tema rock, con chitarre e batterie. Mi ha subito preso. Ho iniziato a far girare i rulli. I primi dieci giri: niente. Zero. Già pensavo “l’ennesima fregatura da rider stanco”.

    Poi, all’undicesimo giro, lo schermo ha iniziato a tremare.

    Una luce rossa, intensa come un semaforo. La musica è esplosa, un assolo di chitarra elettrica. I rulli si sono fermati su tre simboli uguali. Un amplificatore, mi sembrava. Il conto è passato da zero a trentasette euro.

    Trentasette euro. Con i giri gratis.

    Ho lasciato il telefono sul letto. Ho guardato le mie scarpe ancora bagnate. Ho riguardato il telefono. Era vero. Ho letto i termini: per incassare dovevo fare una ricarica minima di dieci euro. Dieci euro. Una consegna, praticamente. Ho pensato un attimo. “Dai, Simone. Hai appena vinto trentasette euro. Buttane dieci.”

    Ho ricaricato dieci euro dalla mia carta. Il sistema ha sbloccato la vincita. Totale: quarantasette euro. Ho incassato tutto. Senza pensarci due volte.

    Non mi sono fermato. L’offerta dava altri giri gratis per la prima ricarica. Ho ricevuto altri venti giri. Ho giocato con calma, puntate bassissime. La seconda volta ho vinto ventitré euro. Incassati subito. Totale della serata: settanta euro.

    Settanta euro. Quasi tre turni di consegne. Senza uscire al freddo. Senza bagnarmi. Senza clienti che non aprono il portone.

    Il giorno dopo, invece di prendere la bici, ho preso il telefono. Ho chiamato il conservatorio. Ho chiesto informazioni per una lezione di prova. Costava quaranta euro. Li avevo. Ho prenotato per il sabato successivo.

    Sabato sono andato. La chitarra era vecchia, ma suonava bene. Il prof mi ha ascoltato, ha annuito, mi ha detto: “Hai delle belle dita, Simone. Se vuoi, possiamo fare un percorso.” Ho pagato la lezione con quei soldi. Le altre trenta le ho usate per comprare un set di corde nuove. Le mie erano arrugginite.

    Ora ogni tanto, dopo un turno di consegne, apro la vavada app. Gioco dieci minuti, non di più. Carico sempre dieci euro, mai di più. Qualche volta vinco venti o trenta euro, qualche volta perdo tutto. Non mi importa. Perché quei soldi, quando li vinco, vanno dritti nel fondo per il conservatorio. Una scatola di scarpe sotto il letto. Ci butto dentro le vincite.

    Non ho ancora raccontato a nessuno come ho pagato la prima lezione. Mio padre pensa che abbia risparmiato sulle consegne. Mia madre non chiede. Ma io lo so. E ogni volta che apro quella scatola di scarpe e vedo i soldi che crescono, penso a quella sera. Alla pioggia, alle scarpe bagnate, al telefono che si illumina nel buio.

    Non è stata la fortuna a farmi entrare al conservatorio. È stata la costanza. Ma quella sera, la fortuna mi ha dato una spinta. Un piccolo aiuto quando ne avevo bisogno. E io l’ho preso al volo.

    L’altra sera, dopo l’ennesima consegna sotto la pioggia, ho aperto di nuovo la vavada app. Ho giocato pochi minuti, ho vinto diciotto euro, ho incassato e ho chiuso. Sono andato alla scatola delle scarpe, ho aggiunto i diciotto agli altri. C’erano quasi duecento euro.

    Il conservatorio è lontano. Costa. Ma piano piano, un vincita dopo l’altra, un turno dopo l’altro, ci arriverò. E quando suonerò la prima nota davanti a un pubblico, penserò a quella notte. Ai rulli che giravano, alla luce rossa, all’assolo di chitarra finto che suonava dallo schermo.

    Non sarà stata la musica che sognavo. Ma è stato l’inizio. E a volte, l’inizio è la parte più difficile. Io il mio l’ho trovato. Su un’app, per caso, mentre fuori pioveva e le scarpe erano ancora bagnate.

    camillpittm replied 18 hours, 5 minutes ago 1 Member · 0 Replies
  • 0 Replies

Sorry, there were no replies found.

Log in to reply.